Appennino Bolognese - Dagli Etruschi al Medioevo nel verde dei monti

 


Giorno 3: Il santuario di Montovolo


 

Osservato spesso dalla mia temporanea sede estiva il complesso del Monte Vigese, situato a Nord-Ovest di Pian del Voglio, non era ancora stato teatro di una approfondita escursione, mancanza questa alla quale intendo porre rimedio in una nuova escursione che vede in suo inizio alle solite prime luci del giorno.

       

               

 

Il percorso stabilito mi porta dalla stazione di san Bendetto val di Sambro verso Lagaro e la piccola frazione di Burzanella, su strade strette e dissestate al cospetto di un panorama decisamente accattivante, sopratutto se illuminate dalla prima argentea luce del sole.

Grazie ad una guida accorta e poco veloce a causa della particolare conformazione del nastro di asfalto l'improvviso attraversamento di una mezza dozzina di cervidi non causa danni irreparabili, arrestato il mezzo prima dell'impatto il tutto si risolve con una leggera testata di uno degli animali sulla forcella dorata di Maia e con una profonda riflessione sulla velocità e sugli ostacoli che improvvisamente possono comparire davanti alle nostre ruote, oltre all'apprezzamento di una segnaletica stradale troppo spesso sottovalutata o addirittura ignorata.

 

       

 

 

 

Poco prima di Vigo il paesaggio si libera delle fronde degli alberi e si apre suggestivo sulla vallata e sulla vicina cresta appenninica, sui prati allagati dal sole pascolano tranquilli alcuni ruminanti, anche stavolta il senso di pace dato dalla tranquillità e dalla solitudine è assolutamente tangibile.

Il tempo sembra non dover scorrere nel pur breve periodo che dedico alla osservazione dei dintorni lasciando che il tepore solare piacevolmente amalgamato con la fresca aria del mattino mi avvolga lentamente.

       

           

       

Sono molteplici le attrattive che durante il mio breve viaggio rallentano o fermano la corsa della Ducati, silenziose testimonianze del nostro passato quasi imbarazzate dall'improvviso interesse turistico oggi suscitato.

               

               

 

Resistere alla prospettiva offerta dalla Rocca di Vigo e dalla sottostante chiesa di S. Stefano è impossibile, in questa ennesima sosta lascio quindi alla reflex il compito di documentare il suggestivo quadro apparso davanti ai miei occhi, sotto quelli attenti di un regale rapace che volteggia poco lontano.

La rocca di Vigo

       

                       

IL SANTUARIO DI MONTOVOLO

               

Percorrendo una stretta strada all'ombra degli alberi raggiungo infine il parcheggio del Santuari di Montovolo, meta principale di questa mia escursione, come al solito la solitudine ed il silenzio rotto solo dai miei passi sulla ghiaia del sentiero, sono gli unici compagni del mio incedere, nessuno in questa azzurra mattina di agosto è presente nella contemplazione di questo luogo carico di spiritualità ansioso di raccontare ad orecchie attente gli innumerevoli misteri e leggende che ne tessono la suggestiva storia.

           

MISTERI E LEGGENDE  DI MONTOVOLO

E' frutto degli studi del Professor Baccolini, docente di Chimica Industriale presso la medesima Facoltà dell’Università di Bologna ed appassionato archeologo, una interessante, per quanto non ben comprovata, teoria che vede riconosciuto  Montovolo come importante centro Etrusco:

 

 La mia ricerca  che mi ha fatto comprendere che Montovolo  è stato un antico centro oracolare Etrusco, con molte somiglianze con Delfi, ha avuto inizio, nel 1999, osservando  i simboli riprodotti sul lunotto del portale del  Santuario di Montovolo, cioè due colombe, una croce inscritta in un  cerchio, e due fiori, simili ai gigli, ai lati. Questi stessi simboli li avevo ritrovati  come iconografia tipica degli antichi centri oracolari tipo Delfi, Delo, Dodona, in Grecia, ma anche altri in Egitto o in Asia Minore. Infatti ogni centro oracolare, per distinguersi da altri luoghi religiosi, usava queste  simbologie,  oltre ad avere una grossa pietra ovale o semisferica , definita dai greci omphalos. La "pietra ovaleggiante" per gli antichi centri era anche il simbolo  che indicava la rinascita e che si ricollegava al culto della Grande Dea. Il simbolo della croce inscritta nel cerchio veniva assegnata ai centri più importanti, definiti “ombelichi” di quella civiltà, ed  è stata ritrovata in alcuni centri come per esempio  a Delfi che è noto essere stato l’”ombelico” dell’antica Grecia.

L'unico simbolo  che cambiava per ogni centro era la figura della pianta, o del suo fiore , che era tipica del luogo; per esempio Delfi aveva l'alloro e  Delo la palma.

A Montovolo  troviamo un fiore, il "giglio ", ma mancava l’immagine della pietra ovale. Una traccia della sua passata eventuale presenza sul luogo poteva essere rintracciata nel nome di Montovolo che fino all’alto medio evo si chiamava Monte Palese ( dalla dea etrusca Pale) e fu cambiato successivamente  in Monte Ovuli e poi Montovolo forse per indicare che il monte aveva una grossa pietra ovale di cui si era perso il significato. A questo punto tale ipotesi doveva essere avvalorata da altri fatti che la rendessero più plausibile confermandola. Trovai che a Montovolo c'era una leggenda, riportata anche da diversi storici come A. Palmieri, che narra di un serpente che vuole riprendere le sembianze umane, e trovai pure che una simile leggenda , riportata da R.Graves, nei  "I Miti Greci", esisteva anche nell'antica Delfi. Successivamente notai che a Delfi c'era una Sorgente Sacra chiamata Castaglia che aveva sette fontane che versavano l'acqua in una grande vasca dove i malati si immergevano per purificarsi. Una sorgente con sette fontane e una grande vasca è esistita fino al 1981 anche a Montovolo ,che pure io ho visto fino ad allora, e il luogo si chiama tuttora bosco di Cantaglia . Ho ritrovato una foto di questa sorgente dove si vedono le sette fontane che alimentano una grande vasca , usata fino al 1981 come riserva d’acqua  per muovere un mulino. A questo punto pensai che Montovolo doveva essere stato  un centro oracolare etrusco costruito a somiglianza di Delfi , quando quest’ultimo centro fu, nel  VI sec AC, distrutto  da un terremoto e rimase inagibile per oltre quarant’anni. Inoltre pensai che Montovolo poteva essere stata  la Montagna sacra della Dodecapoli Etrusca settentrionale mai identificata finora e forse anche un "ombelico" Etrusco data l'immagine della Croce inscritta nel cerchio. Ho cercato nella vicina città Etrusca di Marzabotto prove che mi confermassero questa possibilità. La prima "stranezza", che appare davanti ai visitatori delle Necropoli di Marzabotto, è vedere che sopra le numerose tombe vi è una grossa pietra a forma di uovo. Capii allora che il simbolo religioso degli Etruschi poteva essere la pietra Ovale come lo era stato per tutte le civiltà arcaiche orientali . Come noi oggi abbiamo su ogni tomba la Croce, nostro simbolo religioso, allora avevano su ogni tomba il loro simbolo, l'Uovo, simbolo di speranza nella rinascita. Ma la prova che Montovolo poteva essere la loro Montagna Sacra la trovai su una grossa pietra in marmo a forma ovaleggiante, datata V secolo a.C. ed esposta nel museo Aria di Marzabotto, che aveva  inciso su di essa due gigli e sulla punta della pietra  la croce inscritta in un cerchio che, come abbiamo visto, si ritrovano anche nel lunotto di Montovolo. In questo modo gli Etruschi di Marzabotto volevano probabilmente indicare la loro Montagna Sacra che ora si chiama Montovolo. Questa constatazione che l’Uovo,  era anche per gli Etruschi il simbolo della rinascita mi ha portato a cercare in altri siti etruschi queste pietre ovaleggianti ed infatti le ho trovate un pò sparse in molti siti e musei etruschi come quelli di Bologna, di Pisa, di Settimello (Firenze), di Populonia, di Volterra, di Orvieto, di Tarquinia , di Cerveteri , di Villa Giulia ecc anche se vengono definite sempre semplici cippi .

Questa mia ricerca sui centri oracolari , sugli “ombelichi” delle varie culture  e i simboli ad essi collegati mi ha fatto capire anche che il disegno ovale della piazza del Campidoglio potrebbe significare che con tale disegno Michelangelo voleva indicare e ripristinare l’antico Ombelico Romano. Recentemente ho fatto una conferenza, su invito del Prof .Antonino Saggio,  alla Prima Facoltà di Architettura dell’Università La Sapienza di Roma  per spiegare anche questo aspetto della mia ricerca iconologica.          http://www2.fci.unibo.it/~baccolin/sommario.html

 

Ma altre sono le leggende dedicate a questo luogo unico, da quella del Serpente che custodisce un tesoro sacro e che consegnerà la chiave del forziere solo a chi , puro di spirito, attenderà la mezzanotte declamando la frase di rito davanti allo spaventoso rettile "margherita dammi la chiave", sempre che la presunta purezza d'animo non sia tale e che il custode non punisca terribilmente tanto ardire, si narra inoltre di una galleria nascosta dietro  l'altare e che porterebbe fino alla Rocca di Vigo, costruita dagli ultimi feudatari del luogo, nella quale alcuni si sarebbero avventurati per non fare poi più ritorno.

               

Il Percorso della Memoria che conduce dal Santuario fino al soprastante Balzo di santa Caterina dominante la valle del Reno è incorniciato dalle steli riportanti i nomi dei giovani fanciulli le cui vite furono improvvisamente stroncate a causa di un drammatico episodio accaduto a Casalecchio di Reno nel 1990. 

       

               

12 SASSI PER NON DIMENTICARE

 

Il 6 dicembre 1990 è una giornata fredda ma serena su Casalecchio di Reno, nei pressi di Bologna, una normalissima giornata, una delle tante di lezione all'Istituto tecnico "Salvemini", in questo cielo tranquillo di inizio inverno un caccia della Aeronautica Militare Italiana compie un volo di esercitazione.

 Il solido Aermacchi MB326 perde improvvisamente quota diventando progressivamente ingovernabile, il pilota sicuro del suo precipitare sulle colline si lancia con il dispositivo di emergenza, il caccia non più governato precipita invece sulla scuola di Casalecchio provocando 12 morti e un numero impressionante di feriti molti dei quali porteranno con se traccia dell'accaduto per sempre.

 

E' una strage dimenticata quella del Salvemini, come tante altre in questo paese, una strage evitabile, come tante altre del resto, 12 morti innocenti per stabilire ciò che poteva essere stabilito prima con la lungimiranza del buonsenso, un altro luogo della memoria in una terra apparentemente più martoriata di altre ma che invece vuole solo che il ricordo di questi importanti accadimenti non si perda inutilmente nel tempo e nella superficialità umana, perchè non accada più ciò che è accaduto ad altri ma che può succedere ad ognuno di noi.

   

Impossibile non sentire un groppo alla gola, non sentire crescere il dolore osservando i 12 cippi riuniti in circolo, immobili per sempre in un girotondo che non effettueranno mai più, lecito lasciare scorrere una lacrima osservando il bellissimo panorama contemplante la valle del Reno, che, mi illudo, potranno osservare per sempre. 

Anche a questa particolare struttura naturale sospesa sulla valle del Reno è dedicata una leggenda, quella di santa Caterina gettata dal dirupo dal diavolo irretito dalla sua resistenza e salvata dall'intervento di due angeli, il velo perso durante il volo ed impigliato tra i rovi si narra sia ancora visibile.

               

       

Un ultimo sguardo alla cresta montuosa mentre ridiscendo sull' ampio spiazzo che accoglie il santuario per poi raggiungere la moto che paziente mi attende nel parcheggio poco lontano.

Di nuovo in sella ritorno verso valle per poi proseguire nel tragitto che aggira il monte superando le frazioni di Campolo e Collina fino ad arrivare a Monteacuto Ragazza da dove mi reinserisco nel percorso fatto stamani in località Lagaro.

Deciso ad arrivare velocemente a casa ma ancora emotivamente provato dagli stimoli ricevuti nelle ore precedenti cedo al triste richiamo di un altro luogo tragicamente segnato da quegli eventi che hanno segnato in modo indelebile la storia del nostro, per certi versi martoriato, paese.

I drammatici collegamenti e le strazianti immagini osservate in tv da un adolescente di 17 anni tornano prepotentemente alla mente per poi stemperarsi nel dolore del ricordo e nella consapevolezza della tragedia, nella speranza che non succeda mai più.

Stazione di San Benedetto Val di Sambro

RAPIDO 904

Il 23 dicembre 1984 una bomba esplose a bordo del treno rapido 904 in servizio tra Napoli e Milano mentre attraversava la Grande Galleria dell'Appennino, a circa 9 chilometri da entrambe le uscite una della carrozze centrali del treno fu dilaniata da una esplosione che causò 17 morti e circa 260 feriti. probabilmente collocata durante la sosta a Firenze, l'ordigno radiocomandato fu fatto esplodere dentro la galleria per ottenere il massimo effetto detonante e per rendere difficoltosi i soccorsi, nello stesso tratto ferroviario circa 10 anni prima fu l'Italicus a dover subire un attentato similare, stavolta fuori della galleria, che causò la morte di 10 persone innocenti.

 

Anche questa intensa mattinata volge al termine, un'altro pezzo del puzzle è andato al suo posto, il quadro generale è sempre più completo e leggibile, le mia basi culturali è sempre più vaste, dalla terrazza sui monti che mi ospita osserva il lento incedere delle ore modificare le condizioni di luce su quella che oggi è stata la mia meta.

PANORAMICHE MONTE VIGESE/MONTOVOLO


Giorno 1: Gli Etruschi di Monte Bibele


Giorno 2: La cima del Monte Adone


Giorno 4: Monte Venere