Ormai non conto più le volte in cui avendo una giornata di tempo per effettuare un viaggio mi sono inizialmente demotivato pensando alla identificazione di una meta o un itinerario che potesse suscitare il mio interesse in quanto sconosciuto o solo in parte esplorato.

Una ingenuità la mia quasi artificiale visto che da tempo evidenzio le infinte risorse che questo straordinario paese è in grado di offrire sia nel Micro che nel Micro  per chi ha la voglia e la perspicacia di cercarle,  oltre che di riconoscerle,  ma sopratutto perchè non è la prima volta che alla demotivazione si sostituisce l'infantile emozione per la novità una volta presa in mano l'insostituibile mappa.

Mappa orientata obbligatoriamente verso sud, il nord, immediatamente raggiungibile oltre la barriera appenninica che cinge la Toscana, in questo periodo invernale non risulta particolarmente stimolante, freddo e nebbia sono un pericolo troppo concreto per rischiare di "bruciare" la giornata di viaggio disponibile.

Onestamente mi occorre un pò di tempo per individuare la zona, ma, complice una provvidenziale occhiata ad una pagina del mio sito laconicamente riportante poche foto e ancora meno informazioni relative ad un piccolo lago vulcanico del centro Italia osservato di passaggio alcuni anni fa, le nebbie della incertezza si dissolvono prontamente ed il mio itinerario di massima si palesa immediatamente davanti ai miei occhi.

La zona dei Monti Cimini che cinge il lago di Vico e la vicina città di Viterbo, saranno il teatro della mia prossima escursione.

Una città quella di Viterbo che ancor più  stimola la mia innata curiosità in quanto non ne conosco in alcun modo le risorse turistiche nello specifico ma che so' per certo ricca di testimonianze storiche, artistiche ed architettoniche di rilevante interesse.

Una meta nascosta, una città non asfissiata dal turismo di massa e non promossa dall' inquinato verbo mediatico, perfetta per garantirmi i piacevoli brividi emozionali del pre-partenza.

I brividi oltre che di piacere il mattino successivo arrivano anche per colpa del freddo, affrontare quasi 200 chilometri di autostrada alle 07.00 di un gelido mattino di febbraio non è quello che si può definire ottimale per un MotoViaggiatore ma in effetti solo la punta delle dita soffre particolarmente la situazione, al resto del corpo arriva solo una impercettibile sensazione di freddo grazie al buon lavoro dell'abbigliamento dedicato, il resto è solo un irrazionale timore che improvvisamente una barriera garantita da situazioni ben più critiche affrontate in maniera ineccepibile non sia più sufficiente.

 

CIVITA CASTELLANA

 

           

 

Intanto il sole che si alza lentamente sull'orizzonte diffonde gradualmente un piacevole tepore, incoraggiante preludio a quella che, sulla carta sarà una piacevole giornata di sole con temperature oltre la media stagionale.

La sofferenza autostradale si interrompe con l'uscita di Magliano Sabina, inizia quindi in nuovo viaggio inizialmente in compagnia di Davide in sorridente attesa oltre il casello e la prima meta prevista per la giornata: Civita Castellana.

 

Forte Sangallo

 

       

 

Importante preludio di quella che sarà la prossima giornata, Civita si erge solenne su quella piattaforma di tufo che caratterizza praticamente ogni agglomerato urbano della Tuscia e che, di origine prettamente vulcanica, testimonia l’attività eruttiva del vulcano Vicano la cui caldera principale oggi accoglie le tranquille acque del lago di Vico.

Anticamente edificata dalla civiltà Falisca contemporanea a quella Etrusca ma orgogliosamente indipendente, verrà poi abbandonata, con il mutare delle condizioni economiche, a favore della più agibile pianura dove verrà eretta Falerii Veteres.

Dopo un primo passaggio all’interno delle mura cittadine nell’intento di trovare un parcheggio che in effetti non c’è e con fatica districati dal complesso dedalo di strette stradine decidiamo di lasciare in nostri mezzi nel pratico parcheggio situato davanti alla porta di ingresso della città per poi procedere a piedi alla sua esplorazione.

Contro il cielo intensamente azzurro si staglia la massiccia sagoma del Forte Sangallo che sorveglia il nostro ingresso, solida struttura militare fatta costruire intorno al 1500 da Papa Alessandro VI Borgia e che in seguito accoglierà anche altri diversi Papi, sarà successivamente trasformata in carcere; accoglie oggi il museo archeologico.

 

 

           

 

Civita si presenta inequivocabilmente come un piccolo scrigno ricolmo di pietre preziose, altra comune caratteristica con gli altri agglomerati urbani di questa parte della Tuscia, una caratteristica questa che non può che sottolineare il carattere esclusivamente esplorativo di questa uscita Biomototuristica, progettata proprio per comprendere quanto questo territorio possa offrire, dato che non ci sarà tempo per approfondire in modo concreto le varie visite alle numerose mete previste per la giornata.

 

Duomo dei Cosmati ( Santa Maria Maggiore)

 

       

 

Il Duomo principale di Civita segna praticamente la fine della nostra visita, anche se la città avrebbe ancora molto da offrire, costruito nel XII sec presenta un prezioso portico marmoreo di sicura attrazione, nell'interno pesantemente restaurato nel '700 restano originali solo pavimento e cripta; molto bello l'organo ivi contenuto che si vanta di essere stato suonato da Mozart di passaggio rientrando da Roma.

 

       

 

                       

 

Forte Sangallo

 

       

 

Come è basilare ed incontestabile norma delle nostre uscite, il programma prestabilito è solo una traccia indicativa che non necessariamente è obbligatorio rispettare, tempistiche e tappe vengono poi nuovamente corrette e stabilite in funzione delle maturate esigenze dato che non possiamo prevedere cosa effettivamente troveremo e quale attrattiva eserciterà su di noi; per questo motivo nonostante l'impegno alla partenza verso la prossima meta non possiamo fare a meno di concederci una suggestiva passeggiata intorno alle imponenti mura del castello.

 

           

 

           

 

Immersi in una atmosfera che di invernale ha ben poco riprendiamo il nostro viaggio alla volta della prossima meta, le archeologiche rovine di una antica città simbolo della disfatta della popolazione dei Falischi, residente anticamente nella zona, contro la nascente ed inarrestabile potenza Romana, Falerii Novi (di romana concezione e volontà) verrà infatti edificata successivamente alla caduta della precedente Falerii Veteres nonostante l'alleanza con la Etrusca Veio.

Con le invasioni longobarde gli abitanti furono costretti ad abbandonare la città di pianura per tornare ad occupare la piattaforma tufacea prima abbandonata e dare il nome di Massa Castellana alla nuova metropoli, successivamente mutato in Civitas Castellana.

 

FALERII NOVI

 

 

Accediamo al complesso archeologico, onestamente deludente, attraverso la porta di Giove, non sono molte infatti le testimonianze visibili che si riducono a parte delle mura perimetrali e ad una zona non visitabile in quanto chiusa; a quanto è possibile ritracciare sui testi ed in rete dagli scavi effettuati nel 1800 in parte ricoperti (come per il teatro non più visibile) furono portate alla luce numerose statue prontamente vendute sul mercato antiquario e finite nei musei stranieri.

Destino comune a tante altre risorse del nostro, forse troppo ricco, territorio quello dell'abbandono e della indifferenza quello di questo sito archeologico che se riaperto ed adeguatamente promosso potrebbe risultare come una risorsa per la zona, ma inconcepibilmente nulla si fa...

 

Santa Maria in Falleri 

 

       

 

All'interno del complesso si erge la Abbazia di santa Maria in Falleri, edificata dai cistercensi intorno al XII sec probabilmente su di un preesistente edifico religioso benedettino verrà poi abbandonata degli stessi monaci alla fine del 1300 per poi essere totalmente dimenticata intorno al 1700 e diventare infine proprietà privata.

Il suo recupero, tornata a far parte del demanio, inizia nel 1930 con i primi restauri ma che si definiscono solo a cavallo della fine del millennio con la ricostruzione del tetto crollato alla fine del'800 e la definitiva apertura al pubblico del 2003....... peccato che oggi 6 febbraio 2011 l'abbazia sia inesorabilmente chiusa!

Si riparte, di nuovo in sella cullati da un tepore quasi primaverile ci indirizziamo alla volta della prossima meta, se da una parte soddisfatti dalle scoperte appena fatte non possiamo che restare invece profondamente delusi dallo stato delle strade che di asfaltato hanno ben poco invitandoci ad una guida accorta e prudente per evitare anche delle profonde buche presenti sulla sede stradale.

Purtroppo in prossimità di Carbognano a causa di lavori la strada per la vicina Caprarola risulta interrotta, siamo così costretti ad effettuare un lungo giro per raggiungere la stessa cittadina comprendente la strada che costeggia il lago di Vico e che, sulla carta avremmo dovuto percorrere in senso inverso risalendo verso nord dopo la visita di Caprarola e Ronciglione.

La strada tortuosa che ogni tanto offre brevi scorci sul lago vulcanico sale divertente, grazie anche all'asfalto finalmente ottimo, sino al valico situato a 850 metri per poi ridiscendere alla volta della nostra prossima meta.

 

Passo del Cimino    850 mt

 

LAGO DI VICO

 

           

 

CAPRAROLA

 

       

 

L'attrattiva principale di questo centro della Tuscia è sicuramente riconoscibile nel Castello Farnese, l'agglomerato urbano adagiato sull'immancabile sperone tufaceo offre indubbiamente anche altre attrattive, ma la straordinario palazzo la cui costruzione è iniziata intorno al 1530 e che ha funzionato da "collante" per la nascita di una cittadina prima inesistente, è indubbiamente una attrattiva unica e superiore per interesse storico ed artistico a qualsiasi altra.

 

       

 

       

 

Palazzo Farnese XVI sec.

 

       

 

       

 

           

 

In questo istante ancor più capisco che la modalità esplorativa risulterà stretta per le mie esigenze, bastano pochi passi verso il suo ingresso principale per rendersi conto che il palazzo Farnese richiede assolutamente una visita approfondita.

Sensazione resa ancor più stringente dalla vista del porticato interno, suggestivo preludio alle meraviglie contenute all'interno.

Purtroppo una visita guidata porterebbe via troppo tempo e altre mete mi attendono prima che le ombre della sera sanciscano la fine della giornata ed il piacevole tepore lasci di nuovo il posto al freddo alito dell'inverno.

A malincuore torno sui miei passi annotando mentalmente Caprarola e il palazzo Farnese come una prossima imprescindibile meta.

Con una sensazione di incompiutezza ridiscendo la scalinata che mi riporta verso la moto, sensazione quasi latente che immediatamente scompare di fronte alla tipica eccitazione che mi pervade quando mi trovo vicino ad una meta importante, quella più importante della giornata.

 

 

 

       

 

RONCIGLIONE

 

           

 

       

 

Dedichiamo a Ronciglione solo una brevissima sosta per un paio di foto, sicuramente la cittadina merita di più ma tra deviazioni e soste impreviste siamo in ritardo sulla tabella di marcia che ci doveva consentire di visitare Viterbo, come già più volte ribadito nulla è inderogabilmente imposto nei nostri itinerari ma la curiosità che ci attanaglia è troppo forte; pennellando piacevolmente le curve che sovrastano le sponde del lago di Vico torniamo verso nord scortati dal bianco candore della neve che avvolge le vette più alte dell' Appennino perfettamente visibili in lontananza grazie all'aria particolarmente tersa in prossimità degli 850 mt del passo del Cimino.

 

           

 

 

VITERBO

 

Raggiunta Viterbo arrivando da sud ci troviamo di fronte la maestosa porta Romana, suggestivo quanto stimolante biglietto da visita della città nonché varco nella integra cinta muraria, impossibilitati a trovare un parcheggio nelle immediate vicinanze e incentivati da un traffico alquanto sostenuto intorno al crocevia sorvegliato dalla porta, ci spostiamo verso ovest.

La cartellonistica non molto chiara che da un lato vieta l'ingresso in città ai non autorizzati e dall'altro sembra consentirlo invece alle due ruote ci impone cautela, ci spostiamo verso est per trovare finalmente un tranquillo parcheggio nei pressi di porta Fiorita, la più antica delle 15 porte di accesso alla città di Viterbo.

Davide mi saluta qui, prima di entrare in città, per rientrare a casa ha molta strada da fare ed inoltre preferisce godersi le ultime ore di sole in sella piuttosto che passeggiando per la cittadina, come da indiscutibile regola ognuno di noi è libero di muoversi come meglio crede per ottenere la massima soddisfazione; un abbraccio, felice per il tempo trascorso insieme, e Davide e la sua KTM sono un rombo che si affievolisce velocemente in lontananza, buona strada Amico.

 

           

 

Quartieri Medievali

 

       

 

La sorpresa è già stata consistente alla visione delle porte di ingresso e della cinta muraria pressoché intatta, onestamente non mi aspettavo tanto da questa sottovalutata città vicino alla quale sono più volte passato senza mai avvertire lo stimolo per una sosta.

Una ulteriore dimostrazione, sempre che ce ne fosse bisogno, di quanto siano deleterie certe informazioni che accumuliamo durante la nostra esistenza che ci "obbligano" a percorrere tutti le stesse strade e a dirigersi verso le stesse, affollate, mete; condizione questa che personalmente aborro mentre egoisticamente la adoro...... come potrei altrimenti pensare di poter godere di queste straordinarie emozioni mentre passeggio in un angolo di storia unico e suggestivamente conservato come quello dei Quartieri Medievali praticamente senza incontrare anima viva ???

 

       

 

 

Piazza del Plebiscito

 

       

 

Mentre mi perdo per le vie della città seguendo a memoria ciò che ho velocemente osservato dalla mappa posta sotto la Porta di ingresso, mi rendo conto di quanto questo contesto storico e architettonico risulti straordinariamente suggestivo, nonostante le decine e decine di visite effettuate a borghi e castelli medievali l'atmosfera che qui si respira ancora più stimolante di quanto precedentemente mi sia trovato ad osservare.

È una sensazione difficile da spiegare, probabilmente è a causa dell'inconsueta architettura delle strade deserte ma perfettamente tenute e conservate, della inaspettata giornata primaverile, del tepore che aleggia sulle strade, del profumo dell'ora di pranzo che esce dalle finestre, per tutto questo e tanto altro che probabilmente oggi mi sento così accondiscendente e che le emozioni scorrono inarrestabili dentro di me.

 

Piazza del Gesu

 

           

 

Piazza san Lorenzo - Duomo e Palazzo Papale

 

 

       

 

Zigzagando per le vie della città raggiungo ifine quella che rappresenta sicuramente, almeno quanto ne so, l'attrattiva principale di Viterbo: una straordinaria piazza San Lorenzo che ospita il Duomo e il Palazzo dei Papi.

Il sole che lentamente si abbassa verso l'orizzonte concede alla piazza gli ultimi tiepidi raggi della giornata in un gioco di luci e di ombre sicuramente suggestivo ma non facile da gestire attraverso l'occhio elettronico della fotocamera; impossibile non restare affascinati di fronte a questa meravigliosa composizione architettonica che sbalordisce senza opprimere e che si lascia osservare senza incombere su chi silenziosamente ne apprezza la costruzione.

Pochi anche in questo contesto gli avventori che passeggiano per l'antica piazza, in maggioranza stranieri, si contano sulle dita di una mano quelli che indugiano agli ultimi raggi del sole godendosi con lo sguardo il panorama artificiale e apprezzando dentro di sé la sensazione di potere che trasmette l'essere uno dei pochissimi fortunati che si possono permettere di un'emozione straordinaria come quella di oggi.

 

 

 

Qualcuno l'ha definita una delle piazze più belle d'Italia, una definizione che è difficile provare a smentire per un area sulla quale si affacciano tre straordinari esempi di architettura come quelli osservabili, ad iniziare dalla duecentesca abitazione di Valentino della pagnotta contraddistinta dalle finestre a bifora che possiamo osservare alla nostra sinistra entrando nella piazza.

Subito dopo lo sguardo corre ad ammirare le verticali linee del Duomo di concezione romanica ma ristrutturato in epoca rinascimentale e della bicolore torre campanaria (probabilmente edificato su un precedente tempio etrusco dedicato ad Ercole)  per poi soffermarsi sulla lineare eleganza del palazzo dei Papi, costruito intorno al 1250, che inizialmente serviva come rifugio per i Papi in fuga dalle lotte per il potere in corso a Roma e che successivamente divenne sempre più piacevole luogo di permanenza.

un accenno è dovuto  alla nascita di quello che successivamente si sarebbe chiamato conclave, proprio qui infatti si riunirono nel 1270 i cardinali per eleggere il nuovo papa in una decisione che avrebbero rimandato per molti mesi non trovandosi d'accordo su chi avrebbe poi gestito il potere assoluto, i viterbesi esasperati chiusero a chiave (cum clave) i cardinali all'interno della stanza per obbligarli ad una scelta che comunque non sarebbe arrivata neanche quando l'esasperazione portò i cittadini addirittura a scoperchiare il tetto della stanza, sarà infine Gregorio X ad essere eletto papa.

 

       

 

           

Avvolto da una sorta di estasi mi scuoto a fatica dal piacevole torpore  che il contesto  mi trasmette, con riluttanza abbandono piazza e inizio il viaggio di ritorno verso la moto che mi attende fuori dalle mura, assolutamente determinato a non perdere tempo per soddisfare le esigenze della carne che lo stomaco insistentemente  sottolinea rinuncio immediatamente al mio onore irresistibilmente attratto da un'osteria lì vicino.

A pochi passi dalla piazza san Lorenzo, i tavolini esterni sono praticamente tutti vuoti, l'aria è tiepida e il sole riscalda alcuni di loro, sedersi per rifocillarsi invitato anche dall'aspetto del locale e dalla lista delle specialità indigene è un invito al quale non posso resistere.

Degusto così, in maniche corte godendo dei caldi raggi solari, un gustoso piatto di formaggi del luogo, accompagnati da un ottimo calice di vino suggerito dal capace e simpatico oste.

Il conto finale aumenta il piacere della scoperta.

Una degna conclusione di una stimolante passeggiata cittadina.

Strade

       

               

Mura

           

 

Vago apparentemente senza meta per le vie di Viterbo, soddisfatto nel corpo e nella mente ma solo parzialmente nell'animo, (Viterbo ha ancora molto da far scoprire, dovrò tornare per soddisfare la mia inesauriubile curiosità e per rimuovere questo senso di incompiutezza) una direzione che pur non rettilinea punta inequivocabilmente verso una precisa meta, la nera Maia che paziente mi attende appena fuori di Porta Fiorita.

Indossato giubbotto e casco riprendo il viaggio e scivolo via trotterellando lungo le mura della città costeggiando il perimetro est dell'antica metropoli, nel tentativo di trovare la strada che direttamente mi dovrebbe portare alla seconda metà più importante dell'itinerario odierno; già, perché non era solo Viterbo a suscitare la mia curiosità, un altro importante sito archeologico attende il mio arrivo.

 

 

MADONNA DELLA QUERCIA

 

           

 

Sono più che altro le inconfondibili lunette opera di Andrea della Robbia ad attrarre la mia attenzione durante il mio speranzoso vagare alla volta del nord e della mia prossima meta, la chiesa della Madonna della Quercia che le accoglie sorge sul luogo di uno dei numerosi miracoli avvenuti nei secoli sul nostro territorio e che, in questo caso, riguarda l'effige di una Madonna fatta dipingere su di una tegola e appesa ad una quercia nell'intento di proteggere il paese, icona che oltre a non poter essere in nessun modo asportata dal paese e dalla sua quercia si è resa responsabile di alcuni importanti miracoli.

La basilica che successivamente sorse sul luogo divenne a partire dal 1470, con il tempo sempre più importante richiamando al suo abbellimento artisti del calibro di Beato Angelico e fra' Bartolomeo oltre al già citato Maestro della Robbia.

Il tempo è sempre più tiranno, poche foto ed una veloce osservazione delle lunette e sono di nuovo in moto alla ricerca di una strada che in effetti non troverò, la direttrice infine adottata che conduce verso Vitorchiano e Grotte di castro mi costringe ad un lungo giro per arrivare alla mia meta; ma, come tra breve avrò modo di confermare, nulla accade per caso...... o magari, come spesso abbiamo detto, è bello perdersi in un territorio così ricco di emozioni.

 

       

 

VITORCHIANO (Moai)

 

Di tutte le cose che mi sarei aspettato di trovare in questo viaggio, ma probabilmente in assoluto, la statua che mi trovo improvvisamente di fronte mentre mi appresto a fotografare il panorama dello sperone tufaceo e della città di Vitorchiano che vi si adagia sopra, è sicuramente la più inaspettata.

E non potrebbe essere altrimenti visto che essa è l'unico esemplare di Moai esistente al mondo al di fuori dell'Isola di Pasqua; costruito intorno al 1990 da una famiglia discendente dagli abitanti della famosa isola, presenta le stesse caratteristiche dei suoi lontanissimi simili, la stessa zona è stata individuata grazie al ritrovamento della roccia monolitica indispensabile alla sua realizzazione.

Il suo enigmatico sguardo fornirà protezione alla città di Vitorchiano fino a quando esso non verrà spostato dalla sua posizione, realmente esso consente di osservare una preziosa e fedelissima copia dei Moai dell'Isola di Pasqua in un perfetto stato di conservazione, ben diverso dallo stato di degrado in cui versano ormai gli antichi totem.

Per completezza, il Moai era originariamente collocato nella piazza principale della città, "prestato" per un evento in Sardegna al suo rientro è stato collocato, tra mille polemiche, nel belvedere dove adesso si trova;  speriamo quindi per Vitorchiano che la leggenda non sia vera......

 

 

 

FERENTO

 

       

 

Raggiunta l'incrocio con la strada che avrei dovuto percorrere inverto la direzione tornando verso Viterbo, pochi chilometri immerso in una verde campagna sulla quale si allungano le ombre del primo pomeriggio e la deviazione che conduce alla mia ultima, ma non meno importante meta è raggiunta.

Capita troppo spesso, percorrendo le strade di questa bistrattata e poco amata Italia, di vedere sostituita in un istante la smania di conoscenza e l'emozione della scoperta con la rabbia della verifica della realtà.... Ferento è chiusa, un laconico cartello ne annuncia la serrata senza chiarire il perché, un buco nella rete sottolinea l'altra faccia del problema che poi si riconduce alla stessa incivile diseducazione e alla stessa inaccettabile filosofia, intorno al teatro reperti archeologici sommersi ma guano di piccione.

 

 

       

 

       

 

Da un lato soddisfatto per quanto oggi scoperto, dall'altro deluso ed incazzato da situazioni che ormai per molti, troppi, sono la normalità in un paese che si lamenta delle scarse risorse economiche ed occasioni di lavoro ma dall'altra permette ai piccioni di cagare sulle proprie ricchezze, mi rimetto in marcia scortato da un astro omria rossastro sempre più basso all'orizzonte e le temperature che, in caduta libera, si stanno riportando verso valori più consoni al periodo intensamente invernale.

 

   

 

           

 

Teoricamente le sorprese per oggi dovrebbero essere terminate, il tratto di strada che mi attende è ben conosciuto e più volte percorso, ma come al solito piacevolmente smentito dalla realtà mi trovo alcuni chilometri più avanti ad arrampicarmi sul guard-rail per appoggiarmi poi ad un albero, sotto lo sguardo divertito dei passanti, ed essere cosi in grado di puntare il mio teleobbiettivo sulla panoramica suggestione di Bagnoregio e la sua morente Civita inondati dal sole al tramonto. Una emozione imperdibile.

 

BAGNOREGIO E CIVITA

 

 

 

 

       

 

Recita un detto: "resisto a tutto tranne che alle tentazioni", per questo motivo deciso a non fermarmi più puntando irremovibile verso casa torno subito sui miei passi per imboccare il bivio, prima volutamente ignorato, che porta fino al piccolo borgo di Lubriano, una terrazza meravigliosa su Civita e sui calanchi circostanti; era impossibile resistere alla tentazione di osservare il contesto sotto i colori del tramonto, assolutamente impossibile dopo essersi posti la domanda: ma quando ti ricapita??

 

   

 

       

 

 

 

Inarrestabili le ombre della notte straripano dall'est per avvolgere tutto il panorama che mi circonda, è davvero tempo di tornare a casa e di resistere, stavolta veramente, alla tentazione di farlo seguendo le sinuosità della Cassia.

Il casello A1 di Orvieto chiude definitivamente una nuova straordinaria giornata impiegata nella scoperta di ciò che, troppo spesso, tendiamo a considerare non abbastanza attraente.

Una zona quella che si allarga intorno al lago di Vico in grado di regalare ancora enormi soddisfazioni, e che vale la pena di esplorare in successivi e sicuri viaggi con più tempo per approfondire.