Il lago di Pilato è una meta che da alcuni anni avevo in mente, più o meno da quando avevo scoperto lo straordinario contesto dei Monti Sibillini e la suggestiva bellezza del sistema dei Piani con al centro il piccolo paese di Castelluccio.

Più volte avevamo ipotizzato e tentato l’approccio all’itinerario che conduce fino al lago, ma purtroppo nella totalità dei casi i tentativi erano andati miseramente falliti, fallito il tentativo che aveva previsto di dedicare ben quattro giorni alla esplorazione a piedi dei percorsi disegnati sui monti sibillini e che conducono a molti dei suggestivi contesti naturali che li compongono ad iniziare dalle Lame Rosse per terminare appunto al lago di Pilato senza dimenticare la Gola dell’infernaccio.

 

       

 

Tentativo questo, fallito sia per le condizioni meteo che non hanno concesso nessuna tregua durante i quattro giorni di inizio giugno dedicati alla uscita e che ci hanno permesso solo poche escursioni effettuate con estrema fatica (una fastidiosa pioggia che non ha mai incredibilmente dato il periodo, cessato di cadere), sia per la presenza in quota di ghiaccio e neve che ricoprivano buona parte del percorso che dalla Forca di Presta porta fino al lago.

Il secondo tentativo, preventivato qualche tempo dopo, era fallito ancora una volta per le avverse condizioni meteo che impedivano di affrontare il percorso con la tranquillità richiesta da chi, come noi, non è un Trekker professionista.

E’ al terzo tentativo improvvisato dalla sera alla mattina, in una disponibilità mai cancellata, che le condizioni per sconfiggere finalmente quella che sembra voler diventare una maledizione appaiono ottimali.

Lanciata sul forum velocemente le proposta e raccolta l’unica adesione, quella dell’inarrestabile Davide (Luposolitario) che tra l’altro avrebbe fatto da soggetto a buona parte delle mie foto, mi sono messo in cammino all’alba di questo sabato mattino per raggiungere prima possibile la Forca di Presta dove incontrato Davide, avrebbe finalmente preso il via questa emozionante escursione.  

Le previsioni meteo sono ottimali, solo un piccolo particolare, a voler esser pignoli, turba un quadro pressoché perfetto, il cielo infatti straordinariamente terso fino a poche ore prima, si offusca e si vela grazie all’arrivo di una perturbazione africana che porta caldo ma anche umidità e la conseguente velatura del cielo, quindi quell’azzurro denso e straordinario che fino a ieri aveva incorniciato i panorami oggi si presenta lattiginoso e meno definito.

 

           

 

 

Ma ciò non ha nessuna rilevanza ai fini stessi dell’escursione, non dopo quanto avevo atteso questo momento

 

 

Alle ore 10.00 circa siamo pronti alla partenza, indossati indumenti adatti alla escursione: pantaloncini corti in morbido cotone (non i jeans troppo rigidi), scarpe da trekking in luogo delle troppo delicate scarpe da ginnastica (ritrovarsi con la scarpe distrutte a 4 ore di cammino dall’auto non risulterebbe piacevole) , cappellino parasole; e messi nello zaino già contenente le due reflex con gli obbiettivi  gli oggetti indispensabili: felpa e antipioggia (perché in montagna non si sa mai) acqua perché la montagna disidrata, e alcune barrette energetiche, siamo pronti per affrontare quello che ormai da anni abbiamo in mente e che fino ad aggi ci era stato negato, il raggiungimento del famoso lago dove la leggenda vuole sia caduto il corpo di Pilato posto dopo la morte su di un carro trainato da buoi.

Il Lago di Pilato uno dei contesti più suggestivi e straordinari dei monti dell’Appennino, l’unico lago glaciale presente in questa relativamente bassa catena montuosa, un lago che nelle condizioni attuali dovrebbe essere anche particolarmente ricolmo dato che lo scioglimento delle abbondanti  nevi invernali è ancora in atto e le piogge non sono certo mancate.

 

           

 

           

 

       

 

 

       

 

           

 

Dalla Forca il percorso inizia subito con un leggero strappo, tecnicamente le ore che ci separano dalla nostra meta sono tre, che, sappiamo benissimo però, si riferiscono alla media camminata di un soggetto allenato, cosa che io non sono attualmente dato che le mie recenti esperienze sono relative ad escursioni medio facili di lunghezza ben inferiore.

Il dubbio oggi è anche relativo alla funzionalità del mio organismo in un contesto difficoltoso e faticoso come quello che ci attende, ma di solito quando la mente è convinta il corpo tende a seguirla, e, cosa più importante concentrarsi sulla camminata che non deve risultare al di spora delle proprie possibilità, le risorse debbono essere sapientemente gestite.

 

       

 

           

 

 

           

 

   

E’ importante arrivare, non c’è nulla da dimostrare.

 

           

 

 

           

 

Nulla da segnalare, se non la bellezza del panorama che ci circonda ed un relativo affollamento del percorso, durante la ascesa fino al rifugio Zilioli situato sullo spartiacque che collega in forma di anfiteatro la cima del Redentore ed il monte Vettore formando la conca sul fondo della quale si trova la nostra agognata meta.

Li effettuiamo la prima pausa dopo avere superato alcuni tratti abbastanza impegnativi sia per la pendenza sia per la presenza di rocce taglienti e materiale instabile franoso che non consentiva presa stabile ai nostri scarponi.

 

 

       

 

Il bagaglio tra l’altro limitava la velocità di scalata almeno nel mio caso, oltre agli indispensabili il materiale fotografico gravava parecchio sulle mie gambe, ma pensare di farne a meno era impossibile, una delle due reflex (due perché nulla doveva essere imprevisto) inoltre penzolava al mio collo, scattando immagini ma anche dondolando fastidiosamente nei peridi di inutilizzo nei quali le mani dovevano servire ad altro.

Sono assolutamente disposto a soffrire di più piuttosto che non riuscire a documentare in modo soddisfacente questa sorprendente giornata.

 

   

 

   

 

Arrivati al rifugio osserviamo che esiste una consistente presenza di ghiaccio e neve sui pendii che scendono dalle montagne e in parte anche su quello che sembra essere il percorso principale, non sappiamo quello che ci aspetta una volta iniziata la discesa verso il lago perché la parte più in basso che termina nella conca che raccoglie le acque del lago inizia con un declivio abbastanza lieve e che va a coprire visivamente il percorso più ripido sottostante che, tra l’altro sparisce in un imbuto di roccia abbastanza obbligato.

 

       

 

   

 

 

Spira forte intanto il vento sul costone di roccia sul quale ci siamo fermati per riposarci e consumare parte del cibo che abbiamo al seguito, disgustose barrette energetiche per quanto  riguarda chi ha preferito usare lo spazio per reflex e le ottiche, succulenti panini casalinghi per chi ha optato per una semplice compattina, de gusitbus…..

 

           

 

       

 

   

 

Iniziata la discesa facile nel primo tratto di verde prato, arriviamo nei pressi della suddetta strettoia dalla quale dovremo passare per raggiungere il tratto finale del percorso che scende al lago.

La gola purtroppo è completamente ricoperta da neve e ghiaccio, la presenza di questa bianca materia in un tratto così particolare non contribuisce al mantenimento delle condizioni di sicurezza che ci siamo imposti, il sentiero è totalmente ricoperto e non è possibile seguirne lo svolgimento senza rischiare una scivolata sul ghiaccio che, data la pendenza e la conformazione ad imbuto senza possibilità di appiglio, potrebbe risultare assolutamente fatale.

 

 

I nostri scarponi purtroppo non sono stati progettati per aggrapparsi al ghiaccio, occorre dunque trovare una alternativa come sta tentando di fare anche il gruppo che ci precede.

Risaliamo una parte del costone per verificare la potenziale presenza di vie alternative alla discesa al lago ma, purtroppo oltre alla prima suggestiva visione della nostra meta dalla tipica forma ad occhiale giù in basso non possiamo far altro che rilevare l’impossibilità di scendere da questo versante senza essere provetti scalatori.

Mentre ci affacciamo dal costone emozionati dalla visione della tanto agognata meta improvvise ed impetuose folate di vento tentano di sbatterci a terra o peggio spingerci giù dal ripido dirupo sul quale ci affacciamo, meglio ritirarci in  buon ordine prima che il nostro già precario equilibrio  si dichiari sconfitto.

 

 

Torniamo quindi alla gola di accesso al sentiero principale, non abbiamo altra scelta se non quella di attraversare la lingua di ghiaccio, non lo faremo seguendone lo svolgimento ma la valicheremo in senso trasversale superando i pochi metri che ci separano dal versante opposto dell’imbuto, sul ghiaccio intanto chi ci ha preceduto ha già tracciato una piccola via che rende relativamente più sicura la traversata, l’importante comunque è non scivolare, e soprattutto non pensare a questa evenienza mentre si attraversa il passaggio.

 

       

 

Il sole splendente ha reso più molle il ghiaccio che stiamo attraversando, il passaggio seguendo le orme impresse nel ghiaccio si rivela meno impegnativo del previsto, un aiuto fondamentale al superamento di questo impegnativo passaggio e degli altri che seguiranno è dato sicuramente dalla incrollabile tranquillità con la quale stiamo affrontando questa escursione, una filosofia importante quella che ci anima e che non tende ad agitarci inutilmente né a richiedere raggiungimenti obbligati di traguardi.

Si va fino a che è possibile farlo, fino a che esiste ragionevole rischio per farlo, senza fretta, senza affanno, siamo qui per nostra soddisfazione, non per altro, se si arriva bene, altrimenti si torna indietro.

Ma indietro non si torna, forti della suddetta tranquillità d’animo seguiamo il gruppo che ha superato l’ostacolo prima i noi sul versante opposto, io reflex al collo mi diverto ad immortalare istanti sicuramente emozionanti che mi fanno sentire davvero un fotografo serio, uno di quelli impegnati nella realizzazione di un report in condizioni difficili, eccitazioni queste che contribuiranno sensibilmente al raggiungimento della meta aiutando corpo e cervello a superare i momenti più impegnativi.

 

 

Senza indugi, si fa per dire, ma con la suddetta tranquillità d’animo superiamo il tratto ghiacciato che scivola pericolosamente verso valle, la facilità con cui poi alla fine oltrepassiamo l’ostacolo fa riflettere su quanto spesso sia la mente a limitare le nostre possibilità oppure, viceversa, a renderci troppo sicuri di noi sottovalutando il problema; l’eventuale scivolata verso valle che ci preoccupa non è potenzialmente più pericolosa di una scivolata in moto ad alta velocità, anzi, eppure essa suscita ben più timore in noi…..

 

       

 

Il gruppo davanti a noi composto prevalentemente da donne si interroga intanto sulla possibilità di proseguire oltre dato che adesso siamo fuori tracciato e il percorso da affrontare per ritornare sul sentiero (che tra l’altro non è ben visibile dove si trovi) è più definibile come arrampicata che come passeggiata.

Con la serenità che ci oggi contraddistingue superiamo il gruppo indeciso e con molta calma iniziamo un percorso serpeggiante tra le rocce, molto scosceso, che discende verso il versante della gola dove dovrebbe trovarsi il sentiero, Davide deciso apre la via verso un lago ora invisibile ritrovando ben presto traccia del sentiero principale sul quale infine poggiamo i piedi non senza esserci esibiti in alcune scalate abbastanza impegnative che però ci regalano ampia soddisfazione.

 

   

 

       

 

Il contesto intanto intorno a noi si rivela sempre più suggestivo ed entusiasmante, adesso non osserviamo più dall’alto spavaldi la conca ma siamo “dentro” la conca, ben più miseri al cospetto della maestosità di ciò che ci domina.

Mentre io e Davide che mi precede continuando nel suo compito di “modello” fotografico iniziamo la discesa finale sul sentiero, Il gruppo delle ragazze decide di abbandonare l’impresa, sottolineando come in montagna sia assolutamente sinonimo di saggezza l’evitare di compiere azioni per le quali non ci si sente pronti, affrontare situazioni per le quali non ci si sente pronti potrebbe rivelarsi molto pericoloso.

La montagna è umiltà, la montagna è rispetto, ricordiamoci sempre che se la paura può aiutare a non esagerare il panico è solo un cattivo consigliere, non andiamo oltre ciò che siamo ragionevolmente in grado di affrontare, meglio fare tesoro e prepararsi meglio per la prossima volta.

 

       

 

La parte più impegnativa del percorso sembra superata, adesso il lago ben visibile sotto di noi rappresenta una meta assolutamente alla nostra portata ed il sentiero scorre con comoda pendenza verso le acque blu cobalto, purtroppo lo sguardo che segue il grigio sentiero incontra ancora sulla sua strada l’accecante riverbero della neve, una nuova lingua di ghiaccio, stavolta più imponente, ricopre buona parte dell’ultimo tratto del percorso.

Dalla distanza la pendenza che sembra dimostrare la lingua di ghiaccio appare minima ma le prospettive in montagna e in presenza di neve sono ingannevoli, una volta al suo cospetto ci rendiamo conto di quanto invece essa sia ripida pericolosa nel suo superamento, scivolare sulla lama di ghiaccio potrebbe significare oltre alla caduta per una ventina di metri un poco salutare tuffo nel lago,  le cui acque, ancora adornate da blocchi di ghiaccio non dimostrano un aspetto particolarmente invitante.  

Certo la temperatura dell’aria non è particolarmente rigida, anzi, ma preferiamo assolutamente evitare il poco gradito tuffo.

Apprestandoci a superare l’ostacolo ci rendiamo piacevolmente conto che ci ha preceduto ha scavato progressivamente uno stretto e poco visibile sentiero che ci consente di affrontare con maggiore tranquillità il percorso.

 

           

 

Anche in questo caso il superamento dell’ostacolo non rappresenta, alla fine, un grosso problema, con la tranquillità che ci contraddistingue arriviamo senza timori sul versante opposto del piccolo ghiacciaio per iniziare il tratto finale della discesa che ci porterà fin sulle sponde dell’agognato lago.

Il lago di Pilato si stende adesso davanti a noi in tutta la sua stupefacente bellezza protetto amorevolmente dai picchi che ci sovrastano minacciosi, inutile descrivere a parole la maestosa bellezza di ciò che ci circonda, straordinarietà che solo parzialmente le foto possono rendere, come mi renderò conto una volta a casa osservando quanto impresso nella memoria digitale, la realtà non può essere sostituita dalla virtualità, per fortuna, non ancora….

 

 

    

 

       

 

L’ultimo piccolo ostacolo è rappresentato da una ulteriore striscia  ghiacciata dalla leggera pendenza che però non possiamo esimerci dal percorrere dato che l’alternativa è una ripida discesa su materiale pericolosamente franoso.

E’ qui che stavolta entrambi ci concediamo una innocua quanto rinfrescante “culata” sulla dura superficie nevosa, probabilmente meno attenti data la facilità del percorso abbiamo allentato la corda ed il suddetto risultato era quasi inevitabile, evento che ispira una nuova riflessione sulla necessaria attenzione che dobbiamo utilizzare nella percorrenza di questi impegnativi tracciati montani.

 

       

 

 

 

 

   

 

Finalmente il lago è raggiunto, suggestivamente soli, dato che buona parte di chi ci seguiva ha rinunciato e chi lo aveva già raggiunto ha iniziato il ritorno, ci sediamo sulle sue immobili sponde per ammirare in profonda soggezione ciò che ci circonda e che, con il suo consenso, siamo riusciti a conquistare, silenziosi quasi intimoriti dal paesaggio ci guardiamo intorno con il solo rumore degli otturatori a turbare la magia.

Osservare, osservare, osservare, mentre le emozioni ci carezzano l’anima.

Consumiamo ciò che resta delle nostre vettovaglie prima di prepararci al viaggio di ritorno, distaccandoci con grande difficoltà dal magico lago e le sue dense acque che proteggono una creatura unica come il Chirocefalo del Marchesoni, piccolo gamberetto rintracciabile solo in questo luogo.

 

 

   

 

       

 

       

 

       

 

   

 

Le velature che fino ad ora sbiancavano la volta celeste tendono a dissolversi, il sole immerso nel cielo azzurro sarà il faro che illuminerà al nostra risalita, modificando inoltre i colori del panorama che meritano una nuova cattura fotografica e riflettendosi vanitoso sul ghiaccio presente.

L’itinerario dal lago potrebbe proseguire oltre (rientrando sul Piano Grande per altre vie) ma passaggi davvero difficili per la presenza di neve e lo scarso tempo ormai a nostra disposizione  consigliano un deciso rientro, soprattutto nella consapevolezza che la vera difficoltà del viaggio inizia adesso.

 

   

 

Perché la difficoltà maggiore stà anche nel saper gestire le risorse per tutto l’itinerario previsto, arrivare alla meta è solo una parte del viaggio, poi si deve tornare indietro, stanchi e con minori motivazioni di quelle che ci hanno spinto fin ora avanti, rintracciando risorse che potrebbero non esserci e gestendo al meglio quelle rimanenti.

Con calma, molta calma ed estrema tranquillità si risale, tutto ciò che prima era in discesa adesso è in salita, e la salita di solito è molto più impegnativa della discesa.

 

 

La visuale adesso è invertita e la ripidità del percorso appare in tutta la sua reale difficoltà, ma non abbiamo fretta le giornate in giugno sono infinite, non abbiamo nulla da dimostrare e nulla da rincorrere, un passo dietro l’altro risaliamo, spesso pesantemente, ma risaliamo.

Tranquilli ancora una volta, sorridenti in cuor nostro, visibilmente soddisfatti utilizziamo la bellezza che ci circonda ed il lago, adesso illuminato da sole che amorevolmente osserva il nostro incedere, come stimolo.

In alcuni tratti ciò che dall’alto era visibile dal basso diventa impercettibile e in alcuni tratti affrontiamo scalate che in discesa non avevamo sfidato nell’intento di ritrovare il sentiero perduto fino a ritrovare la prima lingua di ghiaccio che ci aveva inizialmente rallentato.

Delle due reflex al seguito una è tornata dentro lo zaino, adesso ne basta una al collo, il panorama lo abbiamo già visto ma gli scorci possono apparire diversi, meglio non rischiare di perdere qualcosa di suggestivo, e poi come già detto la luce è decisamente cambiata.

 

       

 

 

       

 

           

 

Il prezioso Zeiss che equipaggia la Sony sfiora più volte le rocce in arrampicata quando le due mani sono impegnate nel trovare sicuro appiglio, ma  la cosa mi preoccupata il giusto, la reflex serve fare le fotografie non a stare dentro ad uno zaino al sicuro, ed io sono uno che le cose le acquista per utilizzarle non per tenerle al “sicuro” per i posteri.

Davide, straordinaria compagno in questo straordinario viaggio procede sicuro davanti a me, oltre la lingua di ghiaccio adesso meno preoccupante dato che il sole del caldo hanno sciolto la neve rendendola molto più malleabile, pochi secondi e siamo fuori dall’imbuto, davanti a noi il verde immenso prato, ultimo tratto di salita verso la cresta ed il rifugio.

 

       

 

           

 

Il tratto più facile….eppure ci spezza le gambe, la sua moderata pendenza combinata alla estrema lunghezza sconfortata dalla illusione della fine della fatica maggiore fa vacillare per un attimo le mie certezze che, come mio solito, trovano però immediato conforto nella inevitabilità della cosa, DEVO risalire non ho altra scelta ne altra possibilità, quindi avanti.

 

       

 

       

 

Serpeggiando per limitare la pendenza il percorso diventa infinito, stramazzo quasi al suolo una volta finalmente in vetta, al riparo dal vento che ancora spazza la cresta in una piccola depressione dove ritroviamo alcuni dei nostri compagni di discesa che si godono il sole e che si preparano al gran finale.

La soddisfazione per il compimento dell’impresa porta nuova benzina al mio motore, godiamo per un po’ del sole sdraiati sull’erba per poi intraprendere la parte finale della nostra lunga fatica, scendendo verso la Forca di Presta, percorrendo un sentiero che adesso non dimostra nessuna difficoltà.

 

           

 

       

 

       

 

           

 

       

 

Davanti a noi, sotto di noi, l'estate colora il Piano ed i pendii circostanti che timidamente si preparano all'evento che rende famoso questo piano in tutto il mondo, lo sgargiante e multicolore fiorire dei campi notoriamente conosciuto come la Fioritura di Castelluccio, ulteriore testimonianza della compatibilità del lavoro dell'uomo con quello della natura.

 

           

 

Mancano ormai davvero poche centinaia di metri all’arrivo quando un dolore intenso si propaga dai tendini laterali delle mie ginocchia, ogni passo è una fitta di dolore, ma al diavolo ormai ci sono, nulla può fermarmi, la soddisfazione per quanto compiuto lenisce ogni dolore.

Zoppicante ma felice come poche volte sono stato, mi appoggio finalmente alla mia nera Bravo iniziando subito a fare un po’ di stretching per rilassare muscoli e tendini….quel poco che è rimasto.

Che dire di più su questa avventura a cui l'aggettivo Epica rischia di restare stretto?? Niente se non un grande infinito ringraziamento a chi mi ha accompagnato in questa avventura caparbiamente voluta.

Grazie Davide!!! Alla prossima occasione!!!