4 UOMINI AL FREDDO PER TACERE DELLA RAZIONALITA'

 

“Il freddo è una condizione mentale” , quante volte ho espresso questa mia convinzione e quante volte gli amici mi hanno ribattuto che il freddo è freddo e basta, eppure per essere qui in questo gelido garage alle ore 07.00 di un ghiacciato mattino di dicembre preparandomi per affrontare in moto circa 500 km di strada (complessivi per l’andata e il ritorno) verso uno dei luoghi più freddi, ma anche più suggestivi, d’Italia, serve una ferrea convinzione mentale, difficile altrimenti superare la realtà dei fatti che dichiara improponibile l’ affrontare in sella ad una moto la temperatura di -2 esterna, temperatura poco sopportabile anche all’interno del ricovero leggermente temperato della mia moto.

Certo, devo ancora indossare tutto ciò che la tecnologia applicata all’abbigliamento motociclistico mi ha messo a  disposizione  ma questo non tacita assolutamente la parte razionale di me che oltre al tangibile freddo mette sul piatto la nebbia densa che sicuramente troveremo in valle e che ci accompagnerà per buona parte del viaggio ed il rischio, tutt’altro che remoto,  di mettere le ruote su quello stato fisico dell’acqua assolutamente letale per il motociclista incauto: il ghiaccio.

Il rombo convinto della Ducati fuga definitivamente ogni dubbio, pochi secondi per abituare i movimenti del corpo alla maggiore rigidità del multistrato invernale necessario per affrontare le temperature polari ed il viaggio ha inizio, come sempre bastano poche centinaia di metri per convincere quella inascoltata razionalità della fattibilità del progetto,  nonostante il manifesto gelo che ricopre bianco i prati e parte della strada le membra si godono stupite ma guardinghe il debole tepore garantito dall’abbigliamento, sarà invece compito della sopraccitata convinzione consolare quelle estremità articolari più difficili da proteggere che soffriranno maggiormente per la basse temperature, in special modo i piedi che non godono nemmeno della pur minima protezione che i paramani garantiscono alle mani.

Superato il pericolo ghiaccio in agguato sulla strada che conduce verso valle, mi immetto in A1 direzione sud per raggiungere gli altri amici all’area di servizio di Badia al Pino subito dopo Arezzo, la nebbia che ricopre la valle abbraccia il giubbotto nei punti scoperti dalla protezione aerodinamica e immediatamente si congela in un bianco leggero strato che mi accompagna fino al luogo dell’incontro programmato, pochi minuti di attesa e in perfetto orario anche Loris e Marcello con il relativo strato ghiacciato raggiungono l’autogrill.

           

Sbrigati velocemente i convenevoli ci rimettiamo in viaggio al cospetto di un pallido e debole sole che poche volte riuscirà a farsi vedere durante il trasferimento fino a Foligno, oscurato da una densa ed umida nebbia che adesso bagna i giubbotti grazie alle temperature più alte di un paio di gradi, finalmente da Foligno salendo verso il valico del Colfiorito supereremo la quota nebbia per  entrare definitivamente in un mondo freddo, ma abbagliatamente azzurro che non abbandoneremo più per le prossime ore.

               

Oltre il valico e il borgo omonimo imbocchiamo la deviazione per Visso per concederci una brevissima sosta davanti ad una sperduta chiesa e scattare le prime foto degne di nota, all’orizzonte intanto fanno capolino i primi picchi innevati, splendenti al sole del mattino.

       

               

La strada stretta che si addentra tra i monti conduce fino al luogo di appuntamento previsto con il nostro Luca, Amico Marchigiano anche lui affezionato alle profonde emozioni che il viaggiare in questi luoghi suscita in noi, dopo gli abbracci di rito ci rimettiamo di nuovo in marcia, le giornate in questo periodo dell’anno sono tra le più corte in assoluto, meglio non perdere tempo prezioso e raggiungere velocemente la nostra agognata meta, tanto più che non sappiamo in quali condizioni sia la strada che da Castelsantangelo sul Nera si inerpica verso il valico della Forca di Gualdo, porta di accesso alle meraviglie della Conca dei monti Sibillini ed il primo degli altopiani che la compongono, il Piano perduto.  

Mentre affronto ancora una volta emozionato, nonostante le tante escursioni effettuate in queste zone, la salita tortuosa che porta in vetta, penso alle motivazioni che tante volte ci hanno spinto a percorrere queste strade in ogni stagione ed in ogni condizione tanto da arrivare ad organizzare proprio in questi luoghi  un raduno annuale che dovrebbe sancire la fine dell’inverno ma che di fatto ci vede ogni volta lottare contro il rigore della fredda stagione che quassù gioca le sue ultime carte prima di soccombere di fronte alla rinascita primaverile.

 

               

 

Il motivo per il quale ogni volta che mi affaccio alla stupenda terrazza dei passi che immettono sull’altopiano fa si che sembri la prima, rinnovando immancabilmente quelle indispensabili componenti emozionali che ci permettono di superare chilometri ed intemperie per giungere fino qui, al cospetto silenzioso dei monti Sibillini.

In effetti fino dalla antichità queste terre sono considerate Terre Magiche, sia la magia bianca o nera non ha importanza, da sempre l’uomo associa questa corona montana alle arti occulte esercitate da figure mitologiche più o meno benigne, dalla famosa quanto controversa figura della Sibilla che i monti aveva eletto a sua dimora alle Fate gentili che insegnano la filatura  ed intrecciano il crine alle cavalle, o al lago demoniaco dentro al quale scomparve il corpo del celebre procuratore Romano che del destino di Gesu si lavò le mani.

 

               

 

E' probabilmente quindi per effetto di un incantesimo che non riusciamo a stare lontano per tanto tempo da queste contrade o molto più realisticamente sono le suggestioni che un contesto incontaminato ed unico come questo riesce ad esprimere grazie ad una paesaggio profondamente mutevole ad ogni variazione climatica e non ancora contaminato da lesive manifestazioni turistiche, paesaggio che sopratutto nella stagione invernale riesce ad essere davvero stimolante nella sua asprezza grazie alle estreme condizioni climatiche che solitamente qui raggiungono valori difficilmente ripetibili altrove.

Il richiamo della Sibilla mi scuote dai miei pensieri, il passo sta per essere raggiunto, oltretutto la strada adesso presenta tracce di neve e ghiaccio la guida richiede estrema attenzione sopratutto nei tratti in ombra, affrontando le ultime curve trattengo quasi il respiro pronto ad impressionarmi al cospetto del paesaggio che a momenti mi si parerà davanti,

 

               

 

               

           

       

Un paesaggio fiabesco che non tradisce le aspettative, un abbacinante altopiano al cospetto dei monti dai profili adesso soffici sotto il gentile abbraccio colma i nostri sguardi incapaci di comprendere immediatamente tutto quello che compone il quadro esposto davanti a noi ed illuminato da un sole poche volte così raggiante, mentre un groppo alla gola sottolinea evidente l’emozione che risale in noi il silenzio ringrazia il tempestivo spegnimento dei motori che adesso non possono che ferire la piacevole ma delicata sensazione che aleggia nell’incredibilmente tiepida ed immobile aria, febbrile la rimozione di casco e sottocasco per assaporare totalmente il gusto della inconsistente atmosfera che avvolge il Piano e della quale avidamente riempiamo i nostri avidi polmoni.

       

La stessa storia tra questi monti si intreccia con la leggenda come nel caso del Piano Perduto che vuole così nominato a seguito della feroce battaglia che nel 1522 vide vittoriosi 600 soldati di Visso contro una armata di oltre 6000 uomini al soldo degli acerrimi nemici Nursini che avevano fatto di Castelluccio il loro avamposto, probabilmente il fatto storico realmente accaduto sfruttò ben altri valori in campo, ma è bello pensare che il valore di pochi possa a volte sconfiggere la tirannia di tanti, sempre che di tirannia si tratti...

       

           

Il Piano perduto che termina a sud con il rilievo che ospita Castelluccio è immobile e silenzioso scaldato da un raggiante sole potenziato dai riflessi abbaglianti di una vergine coltre nevosa, pochissime la persone che si muovono all'interno del meraviglioso teatro e tutte qui per motivi che vanno ben oltre il puro e superficialmente turistico "io c'ero", si nota dagli sguardi persi nel limitato infinto e nella rilassatezza dei movimenti, illusi quasi di un tempo indefinitamente congelato. 

       

Ma il tempo è un feroce tiranno, il sole corre veloce nel cielo, incapace di percorrere il tragitto più lungo esclusivo patrimonio della stagione primaverile/estiva scivola via basso sull'orizzonte verso un precoce tramonto, prima che le fredde spire dell'inverno riprendano possesso dei Sibillini gelandone gli accessi dobbiamo terminare il nostro viaggio ridiscendendo nella umida valle dove troveremo anche soddisfazione alle terrene umane necessità degustando le specialità del luogo.

           

       

Schivando i tratti in ombra dove infido si annida il luccicante ghiaccio raggiungiamo Castelluccio animata da una moderata attività sopratutto dovuta alla presenza di alcuni fondisti intenti a godersi la coltre nevosa e magari un piatto di norcinerie appena affettate, dove concordiamo la sosta enogastronomica per il primo pomeriggio una volta ridiscesi in valle, troppo bella la giornata per sprecarne i momenti migliori chiusi dentro un ristorante in attesa del pur succulento pasto. 

           

Un ultimo sguardo ai muri Castelluccio celebri per le scritte che riportano e che rappresentano una forma satirica unica e  particolare tesa al raccontare, in chiave goliardica e per certi versi poetica ma mai offensiva, i fatti accaduti nel paese; forma espressiva quella della "Satura" iniziata negli anni sessanta  a causa delle vicissitudini di una coppia di fidanzatini che portò alla comparsa delle prime scritte in calce bianca  frettolosamente vergate sul muro, le reazioni che tale gesto scatenò portò al dilagare della forma "Artistica" sopra evidenziata oltre alle ovvie denunce per diffamazione verso ignoti che tali restarono, come tali restano (teoricamente) ad oggi tutti gli autori delle poetiche frasi.

           

       

Abbandoniamo Castelluccio e sotto lo sguardo attento della cima del Redentore, che nasconde tra se e il monte Vettore il Lago di Pilato, percorriamo la lunga depressione chiamata Piano Grande posta a 1280 mt s.l.m., antichissimo lago oggi asciutto smaltisce la presenza di acque piovane o di origine nevosa grazie alla presenza di un punto di deflussione ai piedi del monte Ventosola denominato fosso Mergani che si innabissa nel sottosuolo portando con se il segreto della sua destinazione ad oggi ancora misterioso, tanto per non smentire l'aura magica che avvolge questi luoghi.

               

           

           

               

La lunga pianura offre innumerevoli scorsi fotografici di ampia suggestione, grazie anche alla aria tersa invernale che permette di giocare anche con le focali più lunghe seguendo il rettilineo taglio inferto dal nastro di asfalto alla pianura e sul quale trotterellano tranquille le quattro moto, divertiti soggetti della famelica reflex.

                   

           

           

           

Terminata la depressione carsica la strada risale verso il cielo azzurro, poche curve e siamo sul valico opposto a quello che ci ha visti arrivare alcune ore fa, la terrazza naturale a nostra disposizione ci consente di godere delle ultime immagini del parco dei Monti Sibillini mentre il sole scivola verso ovest e verso il suo tramonto invernale, con estrema difficoltà ci scuotiamo dalla ammaliante visione e indossate le vesti superiamo il punto di massima altezza per iniziare la discesa che ci porterà fino a Norcia.

           

                       

           

               

           

Il terso panorama che si gode dall'alto non basta a cancellare i nostri timori per il ghiaccio potenzialmente presente in questo tratto di strada sul quale più volte abbiamo trovato difficoltà di percorrenza nelle passate escursioni invernali sui Sibillini, e il ghiaccio preoccupato per la nostra eventuale apprensione in caso di sua inspiegabile assenza si fà trovare luccicante al suo posto costringendoci ad una lenta e pericolosa discesa nei tratti da lui interessati, pagato il dazio con una innocua scivolata di Luca che graffia solo il paramano, torniamo finalmente a godere della protezione solare che ci accompagnerà fino a valle, purtroppo la continua presenza di materiale franoso sulla strada ci impedisce di lasciare scorrere più agilmente i nostri mezzi oggi quasi sempre imbrigliati a causa della condizioni del manto stradale.

           

           

           

           

Norcia ci accoglie gelida nel freddo pomeriggio invernale a causa delle egoiste vette che celano i raggi solari ma non per questo avida nel dispensare cibi e bevande, a causa della tarda ora e del giorno festivo non è facile trovare un tavolo al ristorante, ma alla fine le nostre esigenze vengono soddisfatte e pienamente rifocillati ci prepariamo per il tragitto finale di questa intensa giornata salutando prima Luca che dalle Forche Canapine si immetterà sul Marchigiano territorio natale, non prima ovviamente di avere fatto scorta di gustose specialità del luogo!! 

Il viaggio di ritorno è la parte più difficile psicologicamente di tutto il nostro itinerario odierno, se al mattino infatti le avversità si stemperano nella consapevolezza della meta da raggiungere il ritorno verso casa non gode di pari trattamento, una densa ed umida nebbia ci avvolge da Spoleto fino al lago Trasimeno rendendo difficile la visibilità nel contesto notturno nel quale ci muoviamo, per fortuna le sponde del Lago sembrano offrirci un insperato salvacondotto che ci accompagnerà fino a casa, stanchi stremati dal freddo ma pronti ad affrontare nuove avversità per  un prossimo emozionante viaggio, compreso un Loris che una volta al caldo tepore di casa scoprirà che i brividi patiti ad iniziare dal primo pomeriggio non erano dovuti alle sole temperature esterne ma anche a quella interna ben oltre i 38,5 gradi.

Freevax, Zavi, Loris, Psound

08 Dicembre 2008