"La città che muore" questa e' la definizione con la quale e' universalmente riconosciuta questa cittadina, unica nel suo genere, situata nella zona nord del Lazio al confine con l'Umbria e a due passi dalla Toscana, in progressivo sgretolamento a causa dell'instabile e friabile  terreno tufaceo sul quale e' stata edificata, solo l'intervento umano ha potuto rallentare il processo di erosione e dotare la città di un ponte di accesso dopo un periodo di abbandono quasi totale da parte della popolazione residente.

 

Raggiungere questa isola rocciosa che naviga in un mare di agitati calanchi al tramonto di una uggiosa giornata invernale aggiunge suggestione a quella già normalmente presente, la drammaticità del dominante grigio sembra voler riportare le vie di Civita a quel lontano passato in cui da poco si erano spente le eco dei passi dei vecchi abitanti sul logoro selciato e ancora da divenire erano le pulsioni turistiche delle lontane genti per uno sconosciuto borgo Laziale senza attrattive di rilievo. Il bianco e nero della solitudine.

       

E' difficile stabilire se il lungo ponte serva a collegare Civita al resto del mondo oppure a permettere al mondo di attraversare il tempo e tornare a lei per provare sensazioni oramai scomparse, di certo la sua assenza non impedì l'abbandono mentre la sua presenza ha favorito il ritorno.

       

       

Superato il ripido dislivello finale e attraversata la stretta porta principale si accede alla città, perplessa resta la normale logica osservando finestre che da fuori si aprono verso il ... fuori, barcolla lo sguardo abituato ad incontrare solidi muri e soffitti dove invece si scorge inaspettato il grigio del cielo.

       

       

   

La piazza principale attorniata da restaurate mura accoglie anche la antica chiesa, dignitosa nella parte esterna, in lento restauro nella caotica, e poco consona attualmente, parte interna.

       

       

Il precoce tramonto invernale consente alle ombre di estendere velocemente il loro dominio sulla città, solo poche esauste e tremolanti luci sparse qua e la illuminano le logore mura, a tratti restaurate, in un emozionante quadro aperto sul passato.

           

   

Il confuso brusio dei turisti presenti in rapida diminuzione si affievolisce sempre di più, tra poche ore il silenzio sarà di nuovo Signore di queste contrade

       

Domina lo sguardo gli irrequieti marosi sottostanti congelati in un istante eterno

           

Torniamo sui nostri passi mentre il buio invade le strette vie, solo la debole luce delle lanterne rischiara il nostro cammino.

           

           

           

       

       

Con la totale vittoria delle tenebre abbandoniamo il suggestivo borgo, il restare oltre sembra quasi irrispettoso verso le  antiche e stanche mura.

       

   

   

Se per un attimo dimenticassimo quanto l'intervento umano sia necessario per la conservazione di queste emozionanti vestigia del passato, potremmo quasi immaginare che Civita abbia di proposito scacciato i fastidiosi abitanti dalle loro case per godere di un lungo e sognato periodo di pace, trasformando radicalmente la sua definizione in un qualcosa di assolutamente meno drammatico:

Cività, la città che vive.

 


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