Potrei parlarvi del viaggio fatto in Corsica nell’agosto del 2009, delle bellezze dell’isola, della cortesia delle persone, delle strade e dei paesaggi meravigliosi (un po’ come fatto nella monografia del numero di aprile 2009). Di come le nostre multi scorrevano veloci e sicure su quelle strade.
Potrei anche parlarvi di come stavo trotterellando nella zona di Camaiore qualche tempo fa.
Potrei fare tutto questo se due incidenti, il primo la mattina dell’8 agosto e l’altro il 27 febbraio, non avessero messo termine in modo esageratamente anticipato alle nostre vacanze estive e non mi avessero fatto fare un nuovo stop con conseguente pausa di riflessione.
Come sono caduto? Semplice, molto semplice: in Corsica è stato il più classico dei tamponamenti mentre in Toscana (a due passi da casa, praticamente) ho perso l’anteriore a causa di una frenata troppo brusca.
Risultato: visto che in Corsica mi ha tamponato la mia ragazza con la sua moto, abbiamo buttato entrambe le Multistrada. E badate bene che io ero praticamente fermo e la velocità d’impatto sarà stata al massimo 40 km/h. Nel secondo caso la cosa è andata molto meglio visto che me la sono cavata con circa 1.000€ di danni e qualche acciacco fisico non serio.
Quello che però vi voglio raccontare non è quanto si siano fatte male le moto o quanto ci siamo fatti male noi (per fortuna molto molto poco), ma tutto il resto. Tutto quello che non si vede, tutto quello che ho imparato, tutto quello che ho provato.

 

TEMPO SENZA TEMPO

 
Quando cadi ti rendi conto di quello che sta per succedere. O, almeno per me, è stato così.
Il tamponamento è iniziato con un rumore secco di gomma che stride sull’asfalto. Un attimo soltanto e sono volato in aria. Nel secondo caso la ruota davanti ha iniziato a sbacchettare e mi sono ritrovato per terra.
In entrambi i casi si è trattato di un istante molto molto breve dove tutto mi è sembrato rallentato fin quando non ho toccato terra, tornando nel mondo reale e ben più fisico di quello dell’attesa.
E’ strano pensare a quante cose mi sono passate per la testa. In Corsica ho sperato ardentemente che il rumore provenisse da una macchina e che tutto finisse lì. In Toscana, invece, ho auspicato che la moto non mi sbattesse giù. In entrambi i casi mi sono sbagliato…
Che dire poi del momento eterno durante il quale la Multi mi stava portando in giro per la Sarzanese, con la mia gamba destra sotto il suo carter? Mi sono sentito come un pupazzo di pezza in mano ad un bimbo bizzoso che, tenendola per un braccio, la strascica per terra incurante di quanto male possa fargli.
Un lungo attimo in cui speri che tutto vada per il verso giusto, per poi passare ad una compressione temporale in cui vieni sbattuto sull’asfalto; quasi come se fosse un effetto speciale di un film in cui si alternano inquadrature con tempo rallentato ad altre a velocità reale.
Lo so, questa è una riflessione un po’ bislacca ma è quello che ho provato.
 


SUONI & VOCI


Finito l’attimo di “lentezza”, parte l’orchestra.
La “Sinfonia della Caduta” non è uno spartito preciso ma un insieme di rumori più o meno stridenti e lunghi. Un concentrato di note, spesso distorte, talmente sgradevoli che non vedi l'ora che sia finito. Ogni nota è differente dall'altra: si va dall'acuto della pedalina che incide l’asfalto al basso del bauletto.
Questa cacofonia sottolinea, se mai ce ne fosse bisogno, che il danno è fatto e che sarà necessario rimboccarsi le maniche.
In Corsica, appena caduto, mi sono precipitato dalla mia ragazza per capire come stesse. Le voci hanno iniziato ad arrivare una dopo l’altra, ognuna che chiedeva una cosa diversa, un po’ in inglese, un po’ in francese, un po’ in italiano. Una babele tutto intorno a me che creava più confusione che altro. Con ancora l'eco della botta nelle orecchie, cercavo di districarmi in questo sottofondo acustico non ben definito. Tutte buone intenzioni che però, in quel momento, non mi aiutavano.
Altra cosa quando sono caduto a febbraio. Finito lo spartito legato alla caduta, il vocio delle persone è stato immediato. 1000 domande uguali, una di seguito all'altra. Anche in questo caso tutte che chiedevano se mi ero fatto male (beh, succede, cadendo di moto), fin quando una, quella dell'amico che era con me in giro, mi ha chiesto se volevo un'ambulanza. E li effettivamente ho realizzato che si, ero caduto, la moto era ancora nel mezzo alla strada con qualche pezzo qua e là, ma che ero in piedi e forse non ero conciato così male.
Una differenza netta che ho trovato tra le voci ed i rumori è la percezione che si ha di ognuno di questi. I rumori della caduta sono subito netti, forti, ti entrano dentro senza nessun preavviso. Le voci, all'inizio, sono ovattate tanto da farti perdere le prime parole.
 


IMMAGINI


Netto-sfuocato-netto. Penso che possa essere riassunto con questo trittico di parole quanto ho visto. O, meglio, quanto fossero definite le immagini in entrambe le cadute.
Mentre guidi, nell'attimo in cui il botto ha inizio, le immagini sono necessariamente chiare, definite (salvo nebbia...). Dal momento in cui la caduta ha inizio e fin quando questa non ha fine, tutto quello che riguarda la vista è confuso.
Ricordo distintamente che mentre stavo cadendo ho visto qualcosa di grigio di fronte a me, poi tutto buio, poi sole pieno. Il “qualcosa di grigio” probabilmente era il serbatoio della moto oppure il suo cupolino. Il sole era quello del cielo non appena ho riaperto gli occhi, subito dopo essere atterrato su una spalla e rotolato sulla schiena.
Nel secondo caso, invece, le immagini sono diventate sfumate non appena la ruota ha sbacchettato e tutto è diventato nuovamente chiaro quando mi sono rialzato. Mentre la moto mi portava in giro per l'asfalto, le immagini che vedevo erano del tutto distorte. I miei occhi non riuscivano a mettere a fuoco niente nonostante fossero ben aperti e cercassero di captare qualche immagine in modo da capire cosa effettivamente stesse succedendo. Ma, nonostante gli sforzi, niente da fare. Fin quando non ho finito di rotolare per terra, non ho percepito che forme distorte, colori sfumati, silhouette non definite.
E' strano pensare a come si perda la percezione di quello che ci circonda nel momento in cui si inciampa in un evento del genere. Nonostante gli sforzi profusi, sembra quasi che il corpo si rifiuti di rispondere a quanto chiediamo, “preoccupandosi” di “riattaccare la spina” solo quando il terremoto è passato.
 


RICORDI & DUBBI


A parte le varie e, per fortuna, leggere ferite, la cosa che veramente mi ha fatto male sono stati i ricordi che per un po' di tempo mi hanno accompagnato.
Il suono delle plastiche che si rompono, lo stridio della gomma, la pedalina che gratta l'asfalto, sono tutte cose che mi hanno fatto visita più volte nei giorni successivi agli incidenti.
Specialmente la prima notte dopo la prima caduta, ho rivissuto quei momenti un milione di volte, cercando di dare una risposta certa ad un milione di quesiti che avevano una sola cosa in comune: iniziavano tutti con “se”. Se avessi frenato prima, se avessi fatto qualcosa di diverso e tanti tanti altri se. Tutti pensieri inutili, sia chiaro. Ma non ho potuto fare a meno di ripercorrere tutta la giornata dal momento della caduta in poi; ho rivisto la mia moto per terra, quella della mia ragazza, le persone intorno a noi. Ho anche provato nuovamente (quasi) la stessa paura e la medesima sensazione di impotenza. Tutte cose a cui sono riuscito a mettere una pietra sopra in relativamente poco tempo.
Molto differente è stata la situazione quando sono caduto per la seconda volta, soprattutto perché la colpa è stata al 100% mia e solo mia. Un errore in frenata ha scatenato lo sbacchettamento e la conseguente caduta. Ho cercato di andare a fondo nei ricordi, cercare di rivedere tutta la scena per capire come fosse stato possibile cadere in quel modo. Non sono riuscito a ricordare tutto subito ma pian piano ho trovato tutti i pezzi del puzzle da ricomporre. Una volta finito, però, non ero soddisfatto del responso visto che veniva fuori che la caduta non poteva che essere imputata ad un mio errore.
Puntuali come sempre, si sono nuovamente presentati i “se”. Questa volta però non si è trattato di domande ma di una cosa molto più pesante da risolvere: dubbi.
Se avessi investito qualcuno? Se mi fossi fatto male veramente? E, soprattutto: se lasciassi perdere?
Ammetto sinceramente che l’idea di mollare è durata molto più di qualche ora. Non riuscivo a non pensare al fatto che avrei potuto causare seri danni sia alle persone che in quel momento circolavano per strada che a me e che la cosa avrebbe potuto ripetersi in futuro, nel caso fossi ripartito.
I primi giorni da stampellato, soprattutto quando, solo a casa e necessariamente adagiato sul divano, mi sforzavo di non pensare alla caduta, sono stati quelli più insopportabili. Nonostante gli sforzi, la mente tornava sempre e comunque alle immagini distorte ed ai suoni sgradevoli di quel sabato. Come chi si affanna per uscire dalla sabbie mobili, mi stavo sforzando di cancellare delle memorie che ormai facevano parte del mio vissuto. E’ servito un po’ di tempo ma, alla fine, sono riuscito a capire che stavo prendendo tutta la faccenda nel modo sbagliato: non dovevo cercare di cancellare quell’esperienza ma capire l’errore, analizzarlo e ripartire. In fin dei conti, se le cose vanno bene si può solo cercare di migliorarle. Ma è dagli errori, più o meno gravi, che si impara per davvero.
Continuando a pensare a cosa mi aveva fatto cadere, sono giunto alla conclusione che tutto il problema derivava dal fatto che stavo continuando a guidare la nuova Multistrada come se fosse uguale alla precedente. Ed invece non era così, sia in curva (ingresso e percorrenza) che, soprattutto, in frenata, visto l’impianto frenante non di serie.
Trovato l’errore e quindi capito il problema è necessario trovare la soluzione. L’unica cosa che si può fare in questi casi, secondo me, è guidare. Guidare il più possibile. Non smettere mai di fare pratica, sia su strade fuori porta che sulle strade di tutti i giorni. Ed è così che farò.
 


PROTEZIONI


Usatele. Non c’è niente altro da dire.
Nell’incidente in Corsica ho praticamente “usato” tutto quello che avevo indossato, tranne il casco: giacchetto, paraschiena, guanti, protezioni alle gambe.
Nell’altro caso, mi sono fatto male nell’unico punto non protetto, ovvero un ginocchio. L’ustione da contatto con asfalto è stata causata dalla mancanza di un’adeguata copertura visto che indossavo un paio di jeans assolutamente normali. Tutto il resto è servito: stivali, guanti, giacchetto. Ogni cosa è stata abrasa al posto delle mie mani-braccia-gambe. Ginocchio a parte, come detto.
E, anche in questo caso, l’unica cosa che non ho sbattuto è stata la testa.
Strano ma vero, l’unica protezione ritenuta necessaria, sia da un punto di vista “culturale” che da quello legale, nonché unico motivo per cui tanti di noi indossano il casco, in entrambi gli incidenti non si è rivelata indispensabile. Al contrario di tutte le altre cose ritenute più accessori, quasi una moda, che altro.
Oltre a questo, tenete presente che in terra c’è duro sempre allo stesso modo e per tutti alla stessa maniera. Ostacoli, asfalto, macchine e qualsiasi altra cosa contro cui potete sbattere non fanno distinzione di sesso, età, tipo o marca del mezzo, cilindrata, colore della pelle o altro. Sono perfettamente democratici.
Molto spesso mi trovo a discutere con amici e non solo facendo loro presente che si devono proteggere e, purtroppo, la risposta è quasi sempre la stessa: “ma vado solo con lo scooterino”. La mia risposta è che non conta il mezzo visto che in terra c’è duro sempre allo stesso modo per tutti. Al massimo, dopo questa mia affermazione, l’interlocutore replica con un “Va beh…”.
Senza tirare in ballo gli scatenati che tolgono dal letargo il mezzo a due ruote solo nei mesi più caldi per invadere le strade. Ragazze in canotta e infradito con in testa caschi improbabili, solerti impiegati che corrono a lavoro in maglietta, mitici centauri che sfrecciano in autostrada a velocità warp indossando nella migliore delle ipotesi un giacchetto di jeans. In questi casi, oltre a non pensare alla propria o altrui sicurezza viste le manovre da sequestro (immediato) di mezzo e patente, queste simpatiche saette motorizzate denunciano anche un fortemente limitato amor proprio. Chiaro che parlo di chi non usa nessun tipo di protezione per abitudine “perché è caldo”.
Quindi, mi ripeto: le protezioni usatele. Non c’è niente altro da dire.

 

 

Mario [Marietto77]

mario@biomototurismo.it